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REGIONE PUGLIA  / LECCE
 

Fra Mare e Sassi: Diario di un'Estate Salentina fra Salento e Matera
 

 “Salento: lu sole, lu mare, lu jentu”. Lo ripetono tutti come un mantra turistico, ma solo quando ti ritrovi immerso in quella terra capisci che non è uno slogan: è una legge della natura che governa ogni singolo istante.

La nostra avventura è iniziata con una scommessa: sfidare la discesa lungo lo stivale in automobile. Un vero terno al lotto. In un’estate segnata dai rincari, dove molti hanno scelto di rinunciare o rimandare le vacanze a settembre, noi abbiamo caricato la macchina con lo stretto necessario – sdraie e ombrellone inclusi – e siamo partiti alle prime luci dell’alba. Una scelta vitale per sfuggire al temibile "clima africano" che ormai caratterizza le estati italiane. Eppure, l'imprevisto era dietro l'angolo. All'altezza di Alba Adriatica, il traffico si è paralizzato.

Invece di cedere al nervosismo, abbiamo trasformato l'ostacolo in un'opportunità: siamo usciti dall'autostrada e ci siamo fiondati in spiaggia. Lì, accarezzati dalla brezza marina, abbiamo improvvisato un pranzo da re in uno stabilimento balneare: spiedini di gamberi, insalata di mare e un memorabile baccalà fritto. Due ore dopo, rigenerati e con il traffico ormai smaltito, eravamo di nuovo in marcia. Superata Bari, la superstrada ci ha cullati fino a Lecce, per poi guidarci verso la nostra meta: Sant’Isidoro, una tranquilla frazione di Nardò. La nostra casa vacanze ci ha accolti come un’oasi: un grande giardino su tre lati, l'ombra rigenerante degli ulivi e degli alberi da frutto, e un piccolo orto da cui attingere. Una spesa veloce portata da casa ci ha salvato la serata, prima di crollare in un sonno profondo.

Il mattino seguente, la sveglia ha avuto il profumo della frutta fresca raccolta direttamente dall'albero. Destinazione: Torre Lapillo.

Alle nove del mattino la spiaggia libera era già un alveare di colori, ma siamo riusciti a ricavarci il nostro angolo di paradiso. Davanti a noi si è aperto uno spettacolo ipnotico: un mare calmo le cui sfumature passavano dall'azzurro cristallino della riva al blu cobalto del largo. I raggi del sole facevano scintillare l'acqua come una distesa di diamanti, mentre le onde accarezzavano una sabbia bianchissima. Camminare lungo il bagnasciuga è stato magico: un fondale così basso che permetteva di allontanarsi per metri e metri mantenendo l'acqua sempre sotto le anche. A mezzogiorno, con il sole trasformato in una sfera infuocata e la spiaggia ormai gremita in una sorta di processione umana, abbiamo battuto in ritirata verso la frescura di casa.

Il tardo pomeriggio è stato dedicato alla cultura e alla meraviglia barocca di Nardò, il secondo centro più importante della zona. Abbiamo lasciato l'auto nei pressi del suggestivo tempietto dell’Osanna, un’elegante costruzione circolare sorretta da otto colonne. Da lì, oltrepassata la ZTL e superato il Teatro comunale, ci siamo addentrati nel cuore pulsante del paese: Piazza Antonio Salandra.

Tutto intorno a noi parlava la lingua calda e dorata della pietra leccese. Gli occhi si sono persi tra i dettagli della Guglia dell’Immacolata, una torre cilindrica ricamata da elementi floreali e statue, per poi posarsi sul Sedile, sulla Chiesa di San Trifone e sulla Fontana del Toro, simbolo della leggenda cittadina. Poco più in là, la facciata della Chiesa di San Domenico ci ha letteralmente stregati: un trionfo di putti e statue incastonati tra colonne scanalate. Per concludere la serata, ci siamo concessi un aperitivo all'aperto nello storico Caffè Parisi: un mix eclettico e delizioso di spritz, gelato e immancabili pasticciotti alla crema, gustati mentre il tramonto incendiava la piazza.

Il sabato, sapendo che il weekend avrebbe visto le spiagge prese d’assalto anche dai locali, abbiamo cambiato strategia puntando su Gallipoli.

Arrivati di buon mattino, abbiamo percorso Corso Roma per dirigerci verso il centro storico, una splendida cittadina-fortezza racchiusa su un isolotto e collegata alla terraferma dal Ponte Papa Paolo Giovanni II. Ad accoglierci, l'imponente Fortino di San Benedetto a guardia del porticciolo. Superato il vivace mercato del pesce, abbiamo iniziato a percorrere la panoramica Riviera di Cristoforo Colombo, con lo sguardo che spaziava fino all'isolotto del Campo e al suo faro, oltrepassando le storiche chiese di San Domenico e San Francesco d’Assisi. Proseguendo lungo la Riviera Nazario Sauro, siamo giunti infine sopra la celebre Spiaggia della Purità, dove i bagnanti stavano lentamente conquistando la riva, pronti a vivere un’altra giornata di sole intenso...trincerarsi nei pochi metri quadrati a loro disposizione in quel fazzoletto di sabbia cittadina.

Per sfuggire alla calca della spiaggia, abbiamo svoltato nella prima laterale a destra, infilandoci nel labirinto del centro storico. Passeggiando lungo via Antonietta De Pace, siamo rimasti affascinati dal susseguirsi di tesori: il Museo Civico, il suggestivo Frantoio Oleario Ipogeo di Palazzo Granafei, il Museo del Mare e l'ex Oratorio di Sant’Angelo. Ma la vera sorpresa ci attendeva all'incrocio con via Duomo, dove si erge maestosa la Cattedrale di Sant’Agata. La sua facciata è un capolavoro di Barocco leccese, un ricamo continuo nella pietra dove il tempo ha dolcemente consumato le semicolonne del portale principale. Sopra di esse, quasi a custodire la piazza, troneggia la statua della santa in una nicchia color avorio.

 

 

Varcata la soglia, l'interno ci ha lasciati senza fiato. Sotto un maestoso soffitto ligneo a cassettoni, lo sguardo viene inevitabilmente catturato dall'altare maggiore in marmi policromi, su cui brillano sei candelabri dorati e un antico crocifisso. L'abside, decorata con enormi tele dalle tonalità scure e cupe, crea un contrasto magnetico con le rifiniture dorate che delimitano i bordi delle scene, riflettendo la luce fin su nella cupola a stella a quattro punte.

Usciti dal fresco della cattedrale, ci siamo concessi una sosta tra le bancarelle del mercato: un'esplosione di profumi e colori vivaci, dove turisti e locali si contendevano la frutta e la verdura più fresche. Oltrepassata la scenografica Piazza José Carducci – memorabile per la sua fontana che, con le colonne scanalate e il timpano, ricorda l'ingresso di un antico tempio romano – siamo tornati alla base.

Per il pomeriggio abbiamo scelto la strategia della massima serenità: niente auto, solo relax a due passi da casa sulla spiaggia del Lido dell’Ancora a Sant’Isidoro. Siamo scesi in riva al mare nel tardo pomeriggio, proprio mentre la folla iniziava a sciamare verso casa per prepararsi alla serata. È in quel preciso momento che il mare dà il meglio di sé: la quiete si riappropria del litorale e l'acqua brilla di riflessi cristallini sotto la luce dorata del meriggio.

La domenica è iniziata a ritmo lento, tra i banchi del mercato cittadino, dove abbiamo curiosato senza troppe pretese. Il vero piatto forte della giornata, però, ci aspettava nel pomeriggio: Lecce.

Mentre i leccesi affollavano le marine per l'ultima tintarella del weekend, noi abbiamo trovato facilmente parcheggio vicino alle Poste, godendoci una città insolitamente accessibile. Ci siamo incamminati a piedi verso il cuore della "Firenze del Sud", passando dietro il complesso dell’Università del Salento e costeggiando Piazza José Carducci, racchiusa dalle mura della Biblioteca Provinciale e impreziosita da un elegante porticato dorico. Abbiamo sfilato davanti a Palazzo Tamborino Cezzi e imboccato via Guglielmo Paladini fino a via Vittorio Emanuele II.

Poi, d’un tratto, la svolta. Piazza del Duomo si è aperta davanti ai nostri occhi come una perla rara custodita in uno scrigno. Uno spettacolo ininterrotto di pietra leccese cesellata: l'altissimo campanile, la Cattedrale di Maria Santissima Immacolata e Sant’Oronzo, l'Arcidiocesi e il Palazzo del Seminario. Ogni centimetro di quel complesso trasudava un'eleganza scultorea indimenticabile.

Proseguendo lungo via Vittorio Emanuele II e superata la chiesa di Santa Irene, siamo sbucati nella centralissima Piazza Sant’Oronzo. Qui ci siamo concessi un break in uno dei bar all'aperto. Il menù, a dire il vero, presentava sovrapprezzi degni di Piazza San Marco a Venezia, ma la vista ha ampiamente ripagato il portafoglio: sorseggiare un drink avendo come sfondo il Palazzo del Sedile, la colonna di Sant’Oronzo e le vestigia dell’Anfiteatro Romano non ha prezzo.

Rigenerati, ci siamo rimessi in marcia verso Piazza Santa Chiara, dominata dall'omonima chiesa caratterizzata da una facciata a due ordini ricca di lesene scanalate e sormontata da una coppia di campane. Da lì, tagliando dietro la struttura in via degli Ammirati, siamo tornati verso il Duomo per poi imboccare via Giuseppe Libertini. Questa via è un vero e proprio corridoio d'arte a cielo aperto: in pochi metri si attraversano slarghi su cui si affacciano Palazzo Zimara, la chiesetta di Santa Elisabetta, la chiesa di Sant’Anna e, infine, la spettacolare Basilica del Rosario e San Giovanni Battista. La sua facciata è un trionfo dinamico di pilastri e colonne a scanalature ellittiche che spingono lo sguardo del visitatore verso l'alto, fino alla statua del santo.

Pochi passi ancora e abbiamo varcato Porta Rudiae, uscendo temporaneamente dal centro storico per percorrere Viale dell’Università fino all'Obelisco di Piazza Arco di Trionfo, dove svetta la cinquecentesca Porta Napoli. Rientrati nel cuore della città vecchia attraverso via Principi di Savoia e superata la chiesa di Santa Maria della Provvidenza, siamo giunti in Via Umberto I. Abbiamo attraversato il cortile interno del Palazzo della Provincia, concedendoci una passeggiata nel parco pubblico, per poi sbucare davanti al monumento simbolo di Lecce: la Basilica di Santa Croce.

Siamo arrivati con un tempismo perfetto. La luce del tramonto stava accendendo di un rosso caldo e vibrante la pietra leccese, illuminando la facciata bianca e riccamente decorata. Siamo rimasti lì, con il naso all'insù, ad ammirare lo spettacolare tripudio barocco di statue di santi, angeli e quella incredibile serie di telamoni – uomini e animali fantastici alternati lungo il cornicione – che sembravano fare a gara per sorreggere la balconata e lo splendido rosone centrale.

È stato il finale perfetto per il nostro viaggio. Davanti a quel trionfo di luce e arte, cullati dalla cortesia paesana e con il sapore degli ottimi prodotti locali ancora vivo nei ricordi, abbiamo capito che il Salento non ti conquista solo con le sue coste e le sue acque cristalline, ma ti entra dentro per sempre con la sua anima dorata.

 

 

Il mattino seguente, il cielo ci ha svegliati con i segni di un temporale notturno che aveva inzuppato l'aria e l'asfalto. Ma il Salento non si smentisce mai: in pochi minuti il sole ha iniziato a farsi largo tra le nuvole, regalando le premesse per una giornata memorabile. Destinazione: Santa Maria di Leuca.

Abbiamo imboccato la Statale 274, scivolando verso sud oltre Gallipoli fino a Castrignano del Capo, per poi scendere verso l'estremo lembo della penisola. Lasciata l'auto in una stradina interna, ci siamo immessi sul Lungomare Cristoforo Colombo, passeggiando fino alla maestosa Torre dell’Omomorto e spingendoci fino alla suggestiva Grotta del Diavolo. Lì, lo spettacolo della natura era ipnotico: la roccia si tuffava a picco in acque che sfumavano dal verde smeraldo del sottocosta al blu cobalto del mare aperto, mentre all'orizzonte il molo e il faro sorvegliavano il confine del mondo.

Ripercorrendo i nostri passi, ci siamo trovati ai piedi della monumentale scalinata che parte dalla colonna romana. Superata la mappa in marmo dell’Acquedotto Pugliese, abbiamo affrontato l'ascesa lungo la scogliera. Gradino dopo gradino, costeggiando quella che nei giorni di festa diventa una spettacolare cascata monumentale, abbiamo raggiunto il piazzale della Basilica di Santa Maria de Finibus Terrae, dominata dal faro ottocentesco. Affacciarsi da quella balconata toglie il fiato: davanti si stende l'immensità dell'orizzonte, nel punto esatto in cui lo Ionio e l'Adriatico si incontrano in un eterno abbraccio.

La mattinata è volata e, intorno alle undici, il richiamo della gola ci ha portati in un localino a ridosso del molo. La fortuna ci ha assistiti di nuovo: abbiamo trovato dei pasticciotti caldi, appena sfornati, semplicemente divini. Un pieno di energia prima di goderci un pomeriggio di meritato riposo sulla nostra spiaggia di riferimento a Sant’Isidoro.

Per il giorno di Ferragosto, decisi a non cedere alla classica abitudine di rimanere in panciolle a mangiare per ore, abbiamo optato per una fuga strategica. Senza fare rumore, ci siamo messi in viaggio verso la Basilicata. In circa due ore, guidando tra Francavilla Fontana e Taranto lungo la E90, siamo arrivati a destinazione: i Sassi di Matera.

Abbiamo lasciato l'auto nei pressi dello stadio, approfittando dei parcheggi gratuiti, e ci siamo incamminati lungo via Annunziatella e viale XX Settembre. Sbucati in Piazza Vittorio Veneto, il Palazzo della Provincia ci ha accolti in una piazza che nasconde un segreto: una scalinata che scende nel sottosuolo verso l'enorme cisterna del Palombaro Lungo. Ma è bastato affacciarsi alla balconata poco più avanti per ricevere il primo, vero shock visivo: la città antica si è svelata sotto di noi, un intrico di pietra che la luce del sole faceva risplendere di un riverbero biancastro, in un contrasto perfetto con il blu intenso del cielo.

Prima di addentrarci nei Sassi, ci siamo concessi una sosta per la colazione lungo via del Corso. Il locale – a metà tra un bar, un pub e un ristorante – aveva tutta l'aria di essere una trappola per turisti. E invece, la gastronomia ci ha stupiti ancora: ho assaggiato un cornetto al melograno a dir poco strepitoso. Avrei voluto portarne via un intero vassoio, ma purtroppo era l'ultimo rimasto.

Rigenerati da quella delizia, abbiamo ripreso il cammino superando Piazza San Francesco e la sua chiesa, per poi scendere attraverso Piazza del Sedile fino al Duomo. Da quel punto, ci siamo letteralmente tuffati nel cuore pulsante della città vecchia ricavata nella roccia. Ci siamo avventurati tra strette viuzze e scalette fino alla chiesa rupestre della Madonna dell’Idris: dalla sua sommità, lo sguardo abbracciava in un solo colpo d'occhio la città vecchia, i quartieri moderni e l'aspra, profonda gola del torrente Gravina.

Scendendo lungo via Bruno Buozzi, siamo sbucati nella suggestiva Piazza di San Pietro Caveoso, dominata dall'omonima chiesa del XIII secolo intitolata ai Santi Pietro e Paolo. L'edificio colpisce per la sua bellezza austera: una facciata di nuda pietra arricchita solo da tre nicchie con statue, affiancata da una torre campanaria rettangolare. Oltrepassando l'arco adiacente, ci siamo addentrati in Vico Solitario, dove la vista si apre sul versante opposto della Gravina, proprio dove si trovano le grotte che ospitarono i primissimi insediamenti umani della zona, oggi raggiungibili anche attraverso un avventuroso ponte tibetano.

Abbiamo continuato a camminare perdendoci in stradine così strette da poter essere percorse solo a piedi, in un'area dove il confine tra roccia e architettura scompare, e le case sembrano nascere direttamente dal ventre della montagna. Nonostante il turismo di Ferragosto, ogni vicolo era incredibilmente pulito, quasi lucidato. Arrivati davanti alla cancellata di un'abitazione privata che chiudeva la via, siamo tornati sui nostri passi fino a Piazza San Pietro Caveoso.

Per l'ultimo saluto a questa città magica, abbiamo affrontato la salita di via Madonna della Virtù, costeggiando il canyon fino al Convento di Sant’Agostino. Da quella terrazza naturale, con gli ultimi scatti fotografici negli occhi e nella macchina fotografica, abbiamo salutato Matera, portando nel cuore il contrasto perfetto di un viaggio vissuto tra le trasparenze del mare salentino e la pietra millenaria della Basilicata.

Un altro giorno, un’altra costa. Questa volta abbiamo puntato dritti verso il versante adriatico, direzione Otranto, attirati da una promessa culinaria: un tavolo prenotato per le 13:00 in un'osteria a ridosso delle mura del centro storico. Il pranzo è stato una vera celebrazione dei sapori del Sud: piovra, tonno e l'immancabile cicoria adagiata su un morbido letto di purea di fave.

Con il palato appagato, ci siamo dedicati all'esplorazione della città. Abbiamo imboccato via delle Torri per scendere in quello che un tempo era il fossato, camminando lungo le antiche mura fino a una scalinata che ci ha introdotti nel magnifico regno degli Aragona. Otranto si è svelata in tutta la sua bellezza: una cittadina bianca come la sua pietra, che si rifletteva in acque di un turchese accecante, capaci di accarezzare dolcemente la riva. Intorno a noi, le stradine medievali erano un susseguirsi continuo di bar e ristorantini; per fortuna avevamo già pranzato, altrimenti resistere a tutte quelle leccornie sarebbe stato impossibile!

Passeggiando siamo giunti nella piazza della basilica, dominata dalla Cattedrale di Santa Maria Annunziata. La facciata, nella sua sobria pietra di tufo, rapisce lo sguardo con un portale sorretto da colonne ricche di guglie e sormontato da un rosone finissimo. Ma il vero tesoro è custodito all'interno: un monumentale mosaico pavimentale che riveste l'intera chiesa, abbinato a splendide decorazioni sul soffitto e a una cripta dell'XI secolo che sembra un labirinto mistico, sorretta da 42 colonne di marmo che sorreggono archi in stile arabeggiante.

Usciti dal tempio, abbiamo percorso la stretta via che si apre tra il seminario e Palazzo Lopez, sbucando davanti al Castello Aragonese. La sua mole imponente domina l'intera piazza, protetta da un profondo fossato e accessibile solo tramite un ponte. Seguendo il perimetro della fortezza, abbiamo risalito una scalinata fino al ponte pedonale dell’Immacolata, godendoci una vista panoramica sulla città sottostante, per poi raggiungere la Torre Matta. Da lì, lo sguardo spaziava libero sul porto, dove barche di ogni dimensione dondolavano sull'acqua. Il nostro anello si è concluso lungo via dei Bastioni e il Lungomare degli Eroi, da cui siamo rientrati nel cuore della città varcando la maestosa Porta Alfonsina.

Da Otranto, il passo è breve per raggiungere le meraviglie della Baia dei Turchi e dei Laghi Alimini. Lasciata l'auto in uno dei parcheggi ricavati nei campi incolti lungo la carreggiata, ci siamo addentrati nei sentieri della pineta. Quando gli alberi si sono diradati, davanti a noi si è aperto un litorale basso e sabbioso con una caratteristica unica: un fondo screziato di residui vulcanici neri, capaci di creare contrasti cromatici spettacolari. Nelle ore più calde, la pineta si è rivelata un rifugio perfetto per riposare all'ombra e fare lunghe camminate sul bagnasciuga. E per concludere la giornata? Prima che le luci della sera accendessero il lungomare di Otranto, abbiamo optato per il nostro rito irrinunciabile: tappa in pasticceria, perché senza un pasticciotto caldo non può dirsi una vera giornata salentina.

Il mattino seguente, dopo una colazione a Porto Cesareo, la bussola puntava nuovamente verso Gallipoli, alla volta della spiaggia di Padula Bianca. Abbiamo percorso la provinciale superando la sfilata di uscite dei lidi più famosi: Rivabella, Lido Canne e Lido Conchiglie. Una mossa strategica ci ha fatto lasciare l'auto nel primo parcheggio libero a disposizione, evitando il successivo a pagamento. Una scelta provvidenziale: le viuzze interne che costeggiano il litorale sono stretti sensi unici dall'anarchia assicurata e dal traffico insostenibile. Camminare per 500 metri ci ha risparmiato ore di coda al momento del rientro.

Attraversata la pineta, abbiamo piantato ombrellone e sdraie sulla spiaggia libera. Il mare era una favola assoluta: una distesa cristallina così tersa che si faceva quasi fatica a distinguere il confine tra l'azzurro dell'acqua e il blu del cielo, mentre la sabbia bianca rifletteva i raggi del sole come uno specchio. Anche qui abbiamo camminato per ore, con la pineta e il mare a farci compagnia a perdita d’occhio.

Nel tardo pomeriggio, una volta rientrati a Sant'Isidoro, abbiamo deciso di goderci il tramonto con una passeggiata rilassante. Abbiamo percorso la strada che dal Lido dell’Ancora porta verso il centro della frazione, passando per il porticciolo – un tempo rifugio sicuro per le barche dei pescatori e oggi splendida zona di balneazione. Arrivati proprio dietro l'antica torre di avvistamento, ci siamo fermati. Davanti a noi, il sole ha iniziato a tuffarsi in acqua, dipingendo il cielo di sfumature infuocate e illuminando il profilo dell'Isola dei Conigli, quel piccolo lembo di terra selvaggia che galleggia protetto all'interno della baia. Il congedo perfetto da un'altra giornata indimenticabile.

 

Tutte le cose belle, purtroppo, hanno una fine, e anche la nostra vacanza stava ormai giungendo al termine. Ci rimaneva però il tempo per un ultimo regalo, un ultimo rituale salentino prima del congedo: un bagno d'addio e un'indimenticabile mangiata di pesce. La meta scelta per i titoli di coda è stata Santa Maria al Bagno, una frazione balneare elegante, vivace e decisamente in voga.

Siamo arrivati nel tardo pomeriggio, adottando la nostra ormai collaudata strategia senza stress: auto lasciata nel primo parcheggio disponibile e sosta gestita comodamente tramite app, per pagare solo il tempo effettivo ed evitare la fretta di dover rincorrere il parchimetro. Il primo obiettivo della serata era un obbligo morale: goderci l'ultimo pasticciotto della vacanza con il mare a fare da sfondo. Un perfetto "aperitivo dolce" per iniziare il saluto a questa terra.

La nostra passeggiata sul lungomare è cominciata davanti al monumento simbolo della località: Le Quattro Colonne. Strutture imponenti che resistono al tempo, nient'altro che i resti dei quattro angoli di un'antica torre di avvistamento bombardata nei secoli scorsi, che oggi sembrano vigilare sulla costa come sentinelle di pietra. Da lì, il percorso ci ha guidati verso la spiaggia cittadina, una deliziosa e brulicante insenatura di sabbia incastonata tra le rocce.

Siamo rimasti a osservare i bagnanti che prolungavano la giornata fino all'ultimo respiro, decisi a non perdersi nemmeno un secondo di luce prima che il sole si spegnesse definitivamente nel mare, mentre i ragazzi più audaci usavano la scogliera come trampolino naturale per tuffarsi nelle acque dorate del tramonto.

Questa è l'immagine definitiva che abbiamo deciso di portare con noi. Un'istantanea di vita, sole e spensieratezza da conservare gelosamente nell'album dei ricordi più cari, insieme ai sapori straordinari che ci hanno accompagnato in queste settimane – dalla dolcezza dei pasticciotti al profumo del pesce freschissimo, fino alla genuina cortesia della gente di paese. Più che un addio, questo tramonto è stato una promessa: il miglior biglietto da visita per un ritorno assicurato.

 

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